i disegni di chi non disegna

Dà molta soddisfazione insegnare il disegno a chi arde del sacro fuoco. Insegnare un mestiere così ricco di potenzialità disparate e terreni di conquista come quello del fumettaro. Dà soddisfazione seguire per almeno un triennio l’evoluzione artistica e necessariamente anche umana di un giovane che si confronta con l’arte per farne un mestiere e una compagna di vita.
Dà soddisfazione ma è al tempo stesso un terreno facile. O almeno, più facile che praticare il disegno con chi non tocca una matita dai tempi delle scuole medie e ti si avvicina autocondannandosi come negato.
Sempre più nel mio lavoro prende spazio il disegno di chi “non sa disegnare”… ma dico meglio: di chi non disegna.
Da che ho un pensiero sul disegno, so che non esiste chi sia negato ed è una superstizione il dono di natura, di cui sento parlare dalla mia infanzia. Così ho sempre invitato a prendere parte alle mie attività di arte condivisa quei curiosi, amici e conoscenti, in cui coglievo il desiderio di avventurarsi. Ma pochissimi si buttavano… fino a un po’ di tempo fa.

Oggi le cose stanno cambiando e trovo bello ed emozionante che sempre più persone prendano seriamente i miei inviti a giocare con le immagini. Quello che ne viene fuori, cioè i loro disegni, è solo una parte di un risultato più grande, che è l’ardire di sfidare i limiti. Sfidare i limiti è una moda che non amo quando si esercita sui limiti esteriori, e che porta l’umano a plasmare il mondo a immagine e somiglianza delle sue turbe mentali. Ma qui naturalmente parlo dei limiti personali, introiettati da un’educazione spesso castrante, fondata sulla logica a discapito dell’intuizione, e sul postulato di identità cristallizzate e immutabili, segnate da predisposizioni genetiche, che non accetto.
QUESTA sfida ai limiti è vivificante! Funziona ancor meglio quando è giocata – alla maniera serissima con cui si gioca da bambini – ed è più fruttuosa e facile quando avviene in tanti. Quando non si tratta del solito individuo disperso nello spazio siderale che segue il suo individuale desiderio, ma questo desiderio diventa tratto di riconoscimento per una pur piccola comunità di sperimentatori: ciò che tiene insieme le nostre identità individuali nella partita. Di più: il desiderio condiviso alimenta di energia e di stimoli il movimento del gruppo in maniera ben più che matematica, perché il nostro essere bestie sociali, con buona pace dei riduzionisti contabili, fa sì che l’esperienza condivisa esondi dalla somma aritmetica dei contributi di ciascuno.
Inoltre ogni cambiamento evolutivo che tocca la nostra anima necessita, per radicarsi e diventare mondo, della dimensione collettiva, non fosse altro che per testimoniare la realtà dei passi compiuti. Non a caso la saggezza profonda delle culture ancestrali coinvolgeva l’intera comunità nell’esperienza dei rituali, anche quando erano volti, ad esempio, alla guarigione di un singolo.

Questo per dire di quanto può muoversi assieme al disegnare di chi solitamente non disegna. Non spendo parole sulle opere, che mostrano se stesse senz’altro.
La cosa curiosa (un po’ anche avvilente) è che solo di rado l’autore di disegni che io vedo colmi di ispirazione, libertà creativa, gusto e (sì) bellezza, solo di rado ne ammette il valore. Tutti sono molto bravi a riconsocere la bellezza dei disegni altrui e pochi lo ammettono per sé. Possenza delle aspettative e di un’attitudine di severità e di giudizio valutativo che vengono da molto lontano e che non basta una sessione di disegno consapevole a sbaragliare.
Osservo le foto di qualche “backstage” degli ultimi appuntamenti che si sono svolti da remoto, via zoom. (1) Sono foto scattate per idea di chi partecipava e che io non ho mannaggia pensato di chiedere a tutti. Le osservo e so che si tratta delle stanze di persone che non disegnano né per mestiere né per passatempo. Le osservo e ne ricevo, ancor prima di vedere le opere, la certezza che lavorare sul disegno di chi non disegna è cosa buona e giusta. Cioè bella.

(1) Mi riferisco alla serie di eventi legati alla quarantena da Covid-19 che ho pensato e organizzato assieme a Lucio Ruvidotti, Tiziano Pantano e Graziano Barbaro: gli eventi che abbiamo chiamato Anticorpi.

foto Matteo Bergamini
foto Sara Viganò
foto Sara Viganò
foto Sara Viganò